Quanto dista Rovetta da Bergamo?

La cosa che più mi premeva dirvi è che stasera al Chorus Life dovremo necessariamente terminare alle 23.30, pertanto non partiremo dopo le 21.15, considerando che raramente suoniamo meno di due ore e un quarto.

Attorno a questa comunicazione di servizio infilo un paio di considerazioni, peraltro non del tutto nuovissime, che riguardano la distanza “città/remota provincia”.

Ammetto che un po’ mi meraviglia che quest’anno mi abbiano chiamato addirittura in tre (di cui due con successo, considerato che il 15 agosto saremo all’Edoné) per propormi esibizioni a Bergamo.

Tra l’altro il 30 ottobre torneremo pure al Daste e con quella saranno tre, in un solo anno solare!

Io mi sento un po’ straniero persino ad Albino o ad Alzano, magini’ ‘n mès a Bérghem!

Ma cosa c’è a non suonarmi così familiare?

Beh, partiamo dal fatto che io ormai sono a disagio ovunque, giusto per scegliere un incipit un po’ scioccante, lontano come sono da ogni nuovo trend, da ogni nuova ideologia, da ogni nuova mentalità e di conseguenza da ogni nuovo modello di società.

È quindi abbastanza ovvio che sia la città il luogo preposto a risultare il più distante dall’eremita nella grotta: Bergamo poi, le poche volte che ci devo venire, a me non pare certo essere città immutabile, lenta e rattrappita. No, no: al contrario! La vedo moderna, lanciata verso il futuro, in linea con qualunque evoluzione (o involuzione) stia accadendo a livello globale…

La vedo green, inclusiva, svincolata dai populismi “sovranisti e retrogradi” (scegliete voi il grado di ironia da dare a ognuno di questi aggettivi).

La vedo pure innegabilmente bella, finanche in quelle cose dalle quali pure mi tengo distante come fossero kryptonite per Superman (riconosco la bellezza anche quando non è funzionale a me), ma colgo in essa tutte le contraddizioni di oggigiorno del mondo occidentale, come se non ci fosse più alcuna categoria tra il debosciato e il maranza.

Ecco, nei nostri paesi, almeno un tempo, ai debosciati si dava una svegliata, magari ricordando loro che il mondo è pieno di spine, e ai pochi maranza che c’erano un bel calcio in culo.

Io sono rimasto lì: anacronistico, troglodita, “remotissimamente provinciale”.

Impossibile non cogliere un certo stridore nel leggere che “il Bepi rappresenta i bergamaschi“.

Non è vero. Li ha forse rappresentati. Oggi rappresenta i bergamaschi in via di estinzione. Oggi, quando cammino in Viale Papa Giovanni XXIII, ricordo King Kong nel centro di New York.

Ai miei concerti e in TV devo stare attento a non volar dentro troppo a vite col dialetto, se no i ma capés gnach! Un tempo avremmo chiesto informazioni in bergamasco persino sul Sentierone…e in bergamasco con ogni probabilità ci avrebbe risposto ol prim “brao umassì ” che l’ passàa, magari avvolto nel suo paletò (piccola citazione a “Arle chi?” – 2021)

E allora, tornando al discorso iniziale, perché Bergamo mi sta ancora chiamando a cantare?

Beh, perché evidentemente c’è ancora una bella fetta di popolazione che non si arrende a questa deriva, benché essa sembri scritta nel cielo, e questa fetta (peraltro composta da un sacco di giovani) garantisce ancora buoni incassi (perché gira e rigira ala fì s’rìa sèmper lé, a Bérghem come a Dubai).

Rimane il fatto che certi luoghi-simbolo rimangono off-limits per il me: dal Sociale al Donizetti a Piazzale Alpini, come se il Bepi, benché non lo si dica apertamente (né loro né lui), fosse proprio l’esempio di ciò che Bergamo era…e non dev’essere più.

 

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