Lungi da me l’intenzione di fare il sapientino che dice: “Ve l’avevo detto…”, ma la grande paura, frammista ad ammirazione stupita, che genera l’intelligenza artificiale io l’avevo ampiamente anticipata scrivendo un pezzo come “Cosa volete? Cosa mi piace?” (Album “All the young dudes” – 2021).
Pensate che già nel 2000, quando andai a Pisa a a fare una sorta di provino da Pierpaolo Guerrini (ovviamente andato male), portai la bozza di un nuovo brano che nel ritornello diceva: “È meglio un vero finto di un finto vero?”
Già allora storcevo il naso di fronte alle mille possibili correzioni e migliorie sul prodotto nostrano (nel caso della musica un cantante che usa la voce, un musicista che suona fisicamente uno strumento…), non perché non si generasse un prodotto oggettivamente migliore, ovvio, ma perché si assottigliava sempre più il confine col finto che, anno dopo anno, sofware dopo software, diventava sempre più credibile, efficace…bello.
Più bello del vero, in taluni casi, sì!
Oggi siamo arrivati a canzoni scritte da nessuno, suonate da nessuno, cantate da nessuno.
Bellissime, perfette, anzi, furbescamente imperfette (sempre artificialmente) quanto basta per renderle ancora più vincenti; sul web spopolano hit che non hanno fisicamente alcuna persona che le ha realizzate, se non, forse, un tizio che pazientemente è stato davanti al monitor ad assemblare i vari pezzi (pochi, in verità), apportando se necessario le minuscole correzioni del caso.
È meglio un vero finto o un finto vero? Dipende da quante e quali domande ci facciamo, dall’ordine gerarchico in cui mettiamo le cose che ci interessano.
Qual è la nuova profezia di “Nostradamus” Incani? Beh, che la perfezione ci stancherà velocemente e andremo spasmodicamente alla ricerca dell’estrema imperfezione.
Cercheremo ristoranti, anzi trattorie con la scritta (fatta a mano) “Vino buono” sopra, con donnone in bella vista col grembiule a quadretti davanti a un pignattone fumante, come nemmeno a fine ottocento, cercheremo bellezze maschili e femminili assolutamente al di sopra di qualsiasi sospetto di “ritocco” e, nella musica, vorremo, esigeremo, pretenderemo l’assoluta certezza che nulla di nulla sia minimamente artefatto, corretto, sistemato, migliorato, campionato, generato da un odioso e freddo plug-in…
Ce l’ho già io una canzone così? Oh sì, più di una, direi!
Tanto per cominciare, tutto l’album “Live@Bergamo Postcard 15/08” di Melo & The Poms che altro non è che l’esasperazione totale e volontaria del vero più vero (fatta eccezione per il pubblico, ovviamente), con tanto di ostentazione di difetti magari non dichiaratamente “cercati”, ma nemmeno corretti, ma anche, ricordiamolo, un pezzo come “I tò culùr” (album “All the young dudes” – 2021), da me suonato (parola grossa) con una chitarra scalcinatissima, ma terribilmente affascinante e assolutamente privo di qualsiasi gabbia ritmica, al punto da cominciare con un verso palesemente, illogicamente più lungo degli altri (quel “Próóóóeeeee…” senza senso che crea immediatamente disequilibrio con i versi che seguono).
Ci sono tante cose alla base della mia recente improduttività, tra cui l’apparente irraggiungibilità qualitativa proprio di quel disco, ma non vi nego che anche questa fase di transizione tecnologica può solo che acuire questa mia apatia.









