Chèl lé l’è Blöm, chèl lé Paré…

Non dico con vera apprensione, ma con una punta di rispettosa reverenza attendo la prima data della stagione estiva (sabato 30/05) che quest’anno il destino ha voluto coincida col concerto al mio paese.

Non è solo il meteo che mi lascia sul “chi va là?” Sia chiaro…

A Rovetta non suono ogni 3×2, ma nemmeno posso lamentarmi, dai! Dal 2004 a oggi di esibizioni “in patria” ne ho fatte parecchie (l’ultima sul monte Blum, 4 anni fa).

Io cerco di bussare poco alle porte del Comune o della Pro Loco, ché fa ‘l frà sircòt a l’ m’è mai piasìt, ma trovo comunque periodicamente qualche organizzatore di eventi che si ricorda di me.

Io spero davvero lo facciano perché mi reputano un “prodotto” valido e non semplicemente perché spinti da una sorta di obbligo morale geografico, della serie “pòta, l’è del paìs: fa laurà ‘mpó e lü!” (con la E sì: qui si dice così.)

Ma che rapporto ha il Bepi col suo paese e con i suoi abitanti?

La mia vita sociale è praticamente pari allo zero (gire dóma per sentér e di ólte gnà sö chèi: só tecàt vià a öna quach rame ‘n dol bósch), ma sono qui da quando avevo pochi giorni (ol tép de gnì fò de l’uspedàl de Luer) e, pochi giorni dopo il concerto, saranno esattamente 52 anni che calco le strade di questo ameno villaggio: il titolo di “rovettese D.O.C.” penso proprio di potermelo meritare! O no?

Poi certo: se non ti “fai dentro” più di tanto, come in tutti i paesi, non ti farai grandi e “utili” amici, ma nemmeno ti creerai acerrimi nemici.

Io non posso dire, tuttavia, che il detto “nemo propheta in patria” valga anche per me.

Ma sé, de sigür a l’ ga sarà chèl che ga stó söi fiss, e pò a tat, ma a me in generale pare di cogliere un atteggiamento affettuoso nei miei confronti da parte della mia gente.

Magare póch i è fan in dol senso piö strécc dela parola, ma nemmeno mi remano contro, ecco, ed è già tanto!

Si meravigliano, quello sì, quando, anche molto lontano da qui, nel sentirli arrivare da Rovetta qualcuno dice loro: “Ah, Rovetta! il paese del Bepi!

I rèsta lé ‘mpó: “Al massimo chèl de Andrea Fantoni! O chèl del Falco Saoldèl…” i pènsa.

E invece, in terra orobica, Rovetta viene spesso accostato proprio a me: “il rocker di Rovetta” scrivono i giornali, non senza quella puntarella di malcelata ironia.

E io? Cosa ho dato io a Rovetta? Beh, affetto sicuramente, ma anche altro.

L’ho sempre ritenuto uno dei posti più belli della nostra provincia e ho sempre pensato che vivere qui fosse una fortuna.

Certo, in “Al mé paìs al piöf sèmper” (album “Mé ché öle ü paghér” – 2012) ho anche messo in evidenza uno dei principali contro, ma sono sicuro che i pro rimangano comunque di più.

Finché il mio carattere me l’ha concesso, di qualcosa ho pure fatto parte: del coro parrocchiale, delle operette, di varie attività del paese, anche se poi ha vinto la mia naturale tendenza a stare da solo e a farmi i c***i miei.

Questa cosa, solitamente un apprezzato pro, si rivela essere un enorme contro quando ci si avventura nel chiacchiericcio quotidiano, laddove il tuo interlocutore sta parlando di una persona del paese che parrebbe essere più famosa di Mattarella.

Ma sé, chèl che lü…che sò fradèl li stà ‘n chèla ca…che lur i è padrù de chi teré per indà sö per…che sò surèla la spusàt…che a sò pàder i ga disìa ol…che la sò tusa la ga chèla machina grisa…”

Pòta no. Non ci arrivi. Non sai chi è o magari lo hai incontrato mille volte, ma non sai che quello lì è il fratello di quella là che hai incontrato 50 metri prima.

Ecco, in questi casi il tuo interlocutore ti guarda con una faccia non esattamente bellissima che è un po’ paragonabile a un cartellino giallo.

I casi sono due, infatti: o sei scemo o non ti frega niente di niente e non è bella la prima cosa e nemmeno la seconda, se vivi in un paese.

Possano i rovettesi perdonarmi. Non so quasi mai chi siete, quando mi dite: “Mi ricordo bene del tuo papà” oppure “Giocavo a carte con la tua mamma” o semplicemente “Ciao Tiziano”.

Me ne vergogno un po’, sapete? Probabilmente qualcuno pensa che questo significhi “tirarsela”.

Boh, magari questo qualcuno avrà anche ragione. Ho dei limiti, questo è palese.

Di contro, Rovetta è finito praticamente in ogni cosa che ho fatto, dalle sigle del Bepi Quiss ai pochi miei videoclip, dalle canzoni (ce ne sono davvero un bel po’ che la nominano) al monologo “E io cosa c’entro?

I due riconoscimenti ufficiali che ho ricevuto dal mio paese sono gli unici che ho appesi ai muri della stanza dove vivo quotidianamente.

Voglio un sacco bene al mio paese ed è per questo che sabato 30 voglio fare bella figura, sperando di non emozionarmi troppo, quando sarò a non più di 10 metri da quei famosi “dés méter quàder ch’i rèsta öcc” (“Daddy Boogie”, album “SP8”- 2013).

Se non avete niente da fare e non viene giù a secchi, veniteci a trovare al parco di Rovetta dai! Impienitelo su per bene!

Per anni i rovettesi poi diranno: “Eh ma té! Mai gnè ést ü ròs de zét compàgn! Per l’Incani! Chèl che li sta sö ‘n banda a l’Angelo, ‘l tus de Melania, che de l’ótra band ‘lla vià la gh’è la Cristina, la tusa de Leone, che de là de la regnàda i gh’è i du surèle, la Valeria e la Anna, chèl con chèla crèsta töta stórta…che l’ ga chèl cà gris con d’ön öcc per sórt che l’ ga baia sèmper dré a chèl pastur tedèsch che li stà dét in chèla curt…

 

 

 

 

 

 

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