Vi sarà capitato di vedere due persone che conoscete abbastanza bene e delle quali avete stima, una a fianco all’ altra, ma di cogliere in quell’immagine qualcosa che non torna.
I due infatti non appartengono allo stesso insieme di cose, rappresentano due mondi che vi riguardano, sì, ma per nulla correlati tra loro: uno magari è, che ne so, un parente che legate a piacevoli momenti familiari, mentre l’altro è il vostro allenatore che associate allo sport che praticate e che tanta soddisfazione vi dà…
Ecco, io credo che io e il Prof. Guido Tacchini possiamo essere stati questo quadretto.
Ci siamo sempre parlati pochissimo, giusto il necessario perché il lavoro da svolgere venisse bene.
Eppure intuivo che in tutto ciò che non sapevo di quell’uomo c’era del potenziale: si trattava, se mai, di trovare il tempo e il modo per approfondire la questione.
Ci conoscemmo nel febbraio del 2008, io credo grazie a Guido Bombardieri: mi serviva un trombone per la sezione-fiati di “Bepifans” e di “Ol medley de l’estàt” (album “5ar!”)
Tacchini, diligente e silenzioso, arrivò a Gandino, suonò quel che Bombardieri gli aveva scritto sul pentagramma, prese la sua paghetta, salutò e se ne andò.
Con umiltà e timidezza, mi viene da dire, più che col fare snob di chi fa “altro, più alto”.
Tornò tre anni dopo, stavolta “diretto” da Guido Poni, sempre a febbraio, per fare più o meno la stessa cosa in “Che figo quello lì” (album “Ca7”).
Io credo che fu proprio in quel frangente che il professore mi fece intuire quanto mi poteva sorprendere: probabilmente, infatti, ascoltando Poni suonare in “Debet song”, saltò fuori che Tacchini si destreggiava bene anche col flauto dolce e che su quel brano, dal sapore così irish, quello strumento ci sarebbe stato di brutto.
Detto, fatto: inserimmo Tacchini e il suo flauto dolce in “Debet song”, dove già suonavamo in cinquemila, e la parte fu una delle più azzeccate dell’intero pezzo.
Guido, ricordo, mi confidò allora un concetto simile a quello accennato all’inizio: chissà cos’avrebbero detto i suoi alunni nel saperlo lì, a registrare nel disco del loro “mito” Bepi!
Sì, perché magari il loro “profe” era anche un bravo “profe”, ma non per questo si riusciva a pensarlo facilmente accanto al Bepi, figura che nella loro vita aveva tutt’altro ruolo!
Ciao Guido, magari altrove capiremo quante cose avremmo potuto dirci e non l’abbiamo fatto.
O magari rinasceremo io ortica e tu tarassaco e un’altra volta ancora ci troveremo a condividere fugacemente lo stesso metro quadro, senza apparentemente interessarci troppo l’uno dell’altro.









