“A cosa stai pensando?”
È ancora questa la domanda con cui Facebook invita a scrivere qualcosa?
Beh, stasera sembra essere davvero il quesito più appropriato per me, anzi no: forse dovrebbe essere “A cosa hai pensato oggi?”
Sì, perché il domino delle mie rumorosissime pulegge mentali non è così facilmente riassumibile.
Tutto, forse, parte da quella mia capacità, si dice (töt de èt ca l’ sabe ira), di vedere prima cose che accadranno poi.
In questo caso le righe incriminate sono l’inizio di pagina 241 di “Proud” (libro mio uscito nel 2015. Se vi interessa, andate a leggervelo che l’è mia gnè ‘ssé malfà a truàl).
Non è tanto importante, ora, quel che scrivevo allora, quanto il fatto che una mente estremamente cinica come la mia non ha potuto esimersi, subito dopo la rilettura di quel passaggio, dal constatare che di quelle righe è fregato ben poco a quasi tutti.
Step 2, quindi, e seconda domanda, ovviamente sempre ben attenta a sposare con entusiasmo ogni picco di cinismo: “Beh? Perché mai sarebbe dovuto non essere così? Perché la gente dovrebbe leggere quel che scrivi?”
In fondo cosa facevo e faccio io? Dicevo (dico?) la mia, nei miei libri di profumatissima carta, come milioni di stronzi fanno (senza profumo) sui social…
Cos’ho io di speciale per pretendere che la mia opinione interessi più di quella degli altri?
Nulla. Chiaro.
Quattro numeretti, una certa notorietà provinciale, magari una cieca, inossidabile, a tratti imbarazzante stima di una parte del mio piccolo uditorio di fedelissimi… Fine.
Semplicemente, a differenza dei più, avevo due palanche e boria a sufficienza per scrivere dei libri.
L’ho fatto. Facebook a l’ ma ànsa e pò a töcc chi óter! 🤣
E allora sotto con lo Step 3 e la terza domanda: “Sei orgoglioso di ciò che hai fatto? Credi che là dentro ci siano cose che meritano ben di più di ciò che hanno raccolto? Beh, allora, caro mio, schiaccia il gas! Concretizza! Crea! Tira fuori quel che tieni dentro solo ‘perché dai, a chi vuoi che importi?’ Fallo per te, per non farti schiacciare dall’ignavia! Fallo per lasciare qualcosa ai posteri…ché i pensieri nel tempo, almeno per adesso, non si riescono ancora a fissare, finché li lasci null’altro che pensieri.”
È fatica, sempre più fatica, però, fare.
Per me lo è, almeno. C’è sempre una buona ragione per non fare.
È accoglientissima l’espressione “Ma lascia perdere!”, sapete?
Cercherò di ricordarmi dell’entusiasmo di Stefano Bartolotta, quello che mi accompagnò in Moto Guzzi (Ercole e California 850 per la precisione) per almeno un paio di sigle del Bepi Quiss.
A lui è bastato pochissimo per convincermi a portarmi a casa il motocarro Ercole con cui sono entrato alla Lanorium Beer Fest sabato scorso: “Certi sfizi bisogna toglierseli!”
Nemmeno una frase tanto originale, a pensarci, ma a ingolosirmi è stato proprio il suo placido fare, il suo disintegrare quel “lascia perdere” come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Ora si tratta di passare dal dire al fare, tanto per danzare ancora un po’ in questo festival di verbi all’infinito. Fosse facile!
Partóm da ‘sto artìcol…










