Secondo me era Marcello Lentini, fratello di Elisabetta e Salvatore, quello che provò ad accompagnarmi con la chitarra, quella mattina della primavera del 1989 o del 1990, quando al Liceo Classico Decio Celeri di Lovere si organizzò un concertello con i pochi allievi in grado di suonare/cantare qualcosa.
Dovette costargli non poca fatica improvvisarsi chitarrista-acustico, lui che impazziva per i Guns’n’Roses.
Quel fighetto strano di Incani della prima B, infatti, voleva cantare “L’ubriaco” di Francesco Guccini, un pezzo senza nemmeno un metronomo preciso, la cui resa stava per l’80% almeno in come lo si interpretava…ma non sapeva suonare un solo accordo di chitarra, Incani!
Come venne? Boh, io ero emozionatissimo e con Lentini non ci prendevamo neanche a fucilate.
Probabilmente saltò fuori una merda… pazienza!
Per anni, comunque , la mia voce tenderà in maniera deliberata a quella dell’ ingombrante modello di Pavana (“Eurocity 12:05” del 1998 è quasi imbarazzante) e poi, finalmente, si svincolerà, un po’ per naturale evoluzione, un po’ perché Guccini smetterà di essere quel modello assoluto di perfezione.
Arrivammo quasi a litigare io e lui, una sera, a cena dopo il Premio Tenco (dove mi ero infiltrato come “giornalista”): non gli andava un ciondolo “fascista” che portavo al collo.
“È celtico, non fascista.” risposi “Me l’ha portato mia madre dall’Irlanda…e i celti c’erano prima dei fascisti!”
Avesse saputo, il Maestro , quanto visceralmente era suo fan, quel torello capellone e palestrato con pesante accento orobico (“Devi essere calabrese, tu, ragazzo…” mi disse ironico) seduto davanti a lui!
Cosa sarebbe cambiato? Oh beh, nulla! Guccini era scazzatissimo (lo sarebbe rimasto per sempre, credo); non gli fregava niente di niente, neanche del bravo, nuovo e fresco Van de Sfroos che ancora si stava esibendo sul palco dell’Ariston.
Si annoiava a morte e svuotava anzitempo la bottiglia di rosso in mezzo al tavolo, a sua volta al centro di una grande sala deserta.
Pensai tutta sera a quale domanda scegliere tra le diecimila che avrei voluto porgli per fargli capire che io lo ascoltavo da quando 15enne consumavo letteralmente “Tra la via Emilia e il West” (su cassetta).
Alla fine, dopo essermi fatto offrire da lui una MS morbida (vuoi mettere la soddisfazione del pacchetto lanciato sul tavolo da Guccini in persona?) optai per questa:”Ma chi è Roland Barthes che Lei cita in ‘Via Paolo Fabbri 43’?”
Scoppiarono a ridere tutti, di fronte a cotanta imperdonabile ignoranza: Vecchioni, Staino, Lella Costa, Bertoncelli (sì, proprio quello che “sparava cazzate” ne “L’avvelenata”)…
Alla fine, dopo un imbarazzante minuto in cui mi sentii l’ultima delle merde, mi rispose ancora lui:”Roland Barthes era l’intellettuale per antonomasia degli anni settanta, un po’ come oggi potrebbe essere Umberto Eco. Non era certo uno che poteva recensire musica leggera…”
Cosa mi insegnò questa vicenda?
Che gli artisti non sono perfetti, come non lo è chiunque.
Guccini non era affatto una bomba di simpatia come si raccontava in giro e spesso non dimostrava nemmeno chissà quale acume, ossessionato com’era, un po’ come tutti i “rossi”, dai suoi fantasmi ideologici.
Era, però, terribilmente vero e di questo io gli sarei rimasto grato a vita.
Perché quelli veri davvero sono pochi.
Domani, 36 anni dopo, proverò di nuovo a cantare “L’ubriaco” e questa volta la chitarra la suonerò io.
Buon viaggio, Maestro…










