Katieria! 🙂

La concorrente del Bepi Quiss di Salvirola (l’avete vista la scorsa settimana) mi ha strappato un sorriso quando mi ha detto: “Ce l’ho un CD tuo! Ho provato ad approcciare la tua musica, ma…no! È troppo violenta per i miei gusti!

Beh, che io abbia parecchio materiale non proprio ultra-soft si sa, ma di venire etichettato come hard’n’heavy già in partenza no, non m’era mai capitato.

Che CD è?” chiedo.

Quello con il microonde e altri pezzi cattivissimi…” risponde lei.

“‘Dadi e cime’!” esclamo io “È un disco piuttosto strano, quello, anche perché è praticamente tutto in italiano!

Boh, non lo so. Ho sentito le prime tre canzoni e poi ho abbandonato…” confessa.

Rido. Mi viene in mente un aneddoto di tanti, tanti fa.

Gironzolavo per Clusone (sì, c’è stato un tempo in cui facevo queste cose) e, in Piazza Orologio, mi imbattei in una mostra di quadri sotto i portici.

Sulla porta, solo soletto e un po’ sconsolato, un uomo, probabilmente il pittore stesso.

Entrai, così, per “solidarietà artistica”, diciamo, nonostante di pittura sapessi (e sappia) nulla.

Non ricordo il suo nome, ma solo l’aspetto curioso dell’inserimento costante di una lattina di Coca Cola in ogni suo dipinto.

Parlammo un po’ e lui mi confidò che di musica sapeva poco, compresi i tanto decantati cantautori italiani.

Ma come? De André, Guccini, De Gregori, Conte, Battiato…

Battiato…” fece una faccia perplessa lui “Anche altra gente me ne ha parlato entusiasta. Comprai un suo disco qualche anno fa. Beh, cosa vuole che le dica? Sarò io che non capisco nulla, ma, anche dopo averci provato, non sono proprio riuscito a migliorare! Avrò dei limiti…

Intuii al volo cos’era successo: “Che disco ha preso?” gli chiesi.

Non ricordo. So solo che mi aveva ammaliato il titolo…”

’L’Egitto prima delle sabbie’?” gli suggerii.

Si illuminò: “Sì, sì! L’Egitto prima delle sabbie! Il titolo effettivamente era meraviglioso…”

Risi un po’ imbarazzato. Spiegare non era facile. Quel disco, così come tutti quelli che gli giravano attorno in quel periodo (gli anni settanta) della produzione battiatiana, era a dir poco sperimentale.

Vi basti il fatto che la title-track altro non è che la ripetizione a loop di una scala (pure un po’ strana) di pianoforte. Voci vogliono che la chiave interpretativa stia nella distanza temporale tra una scala e l’altra, ma di certo siamo parecchio distanti da qualsivoglia forma d’arte possa essere considerata “canzone”, ecco!

Gli consigliai di riprovarci, magari prendendo qualcosa della decade successiva, da “L’era del cinghiale bianco” a “Fisiognomica”, per intenderci.

Non credo l’abbia mai fatto. Mi salutò, mi lasciò andare e i nostri universi rimasero separati.

Sarà così anche per Daniela de Salviröla? 🤣

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