Mancavamo da un po’ da questo paese della Bassa che, in passato, soprattutto grazie al suo amatissimo (senza ironia: aveva percentuali di vittoria da sindaco di paesino di montagna: tipo ‘l 70 persènt) ex Sindaco Giovanni Malanchini, ci ha ospitati diverse volte.
Mi diranno tutti che non è vero, che i motivi sono altri e i soliti bla bla, ma è sin troppo evidente che il cambio drastico di direzione della Lega (da movimento per il Nord a movimento per l’Italia) qualche conseguenza da questo punto di vista l’ha avuta eccome!
Non sono mai stati, i loro, eventi al livello di certe grandi feste dell’Unità del passato (vedi Celadina 2005, dove registrammo il primo DVD), ma di feste della Lega in questi vent’anni ne abbiamo fatte un po’: sparìde töce!
Perché? Perché, come ho detto in una recente intervista, l’interesse per il nostro territorio era un elemento comune fin troppo evidente tra me e la prima Lega, a prescindere da come questo interesse venisse differentemente declinato, ma, dopo la svolta di Salvini, quel loro “prima il Nord” (che un tempo era stato un “prima la Lombardia”) è diventato un “prima gli italiani”.
A questo punto capirete bene che, a prescindere da quanto questo cambio di direzione sia stato furba pretattica o reale cambio di mentalità, a livello di immagine forse non era più il massimo chiamare uno che cantava in bergamasco.
Da “paladino dei valori lombardi” a “imbarazzante autogol per cui giustificarsi”, il Bepi, insomma.
Ho ricordato più di una volta quella delirante mezz’ora in cui alla festa di partito dei magnifici Cesare e Carmen di Osio Sotto (due persone squisite, al di là del pensiero politico) mi fecero parlare con Salvini (“parlare” in realtà è una parola grossa: ogni dieci secondi c’era qualcuno che lo interrompeva mentre cenava per dirgli una cazzata qualunque. E quando dico “cazzata”, intendo “cazzata” tipo: “Scusi, scusi Salvini, vorrei sapere che esche usa quando va a pescare, perché sono anche io un pescatore, sa…”).
L’attuale ministro sapeva abbastanza bene chi ero o, meglio, conosceva “Có de góma” (un po’ deficitaria come conoscenza del Bepi, ma cuntentómsa).
Gli dissi fuori dai denti che a sinistra da tempo valorizzavano la musica come cultura, ma anche come subdolo, ma efficace elemento di propaganda (“Quanti Fassino vale un Jovanotti?” lo provocai), mentre a destra non si trovava di meglio di festine raffazzonate e male organizzate che, quando provavano a “investire” nella musica, non riuscivano a fare di meglio che mettere insieme un’accozzaglia di elementi buoni per farsi prendere per i fondelli per mesi su Rai 3.
Mi rispose che a destra non si teneva in grande considerazione la musica semplicemente perché mancava qualcuno che sapesse dirigere bene tutte quante le operazioni dall’alto. Un Direttore Artistico vero, insomma.
Avrei saputo/potuto farlo io?
Certo che potevo! Per una cosa dignitosa però servono diversi requisiti tra cui quello indispensabile di un buon budget di partenza.
“Tu metti loro a disposizione un bell’evento dove fare bella figura” gli spiegai “e vedrai come saltan fuori come mosche i miei colleghi che, per convenienza, hanno sempre fatto finta di votare dall’altra parte.”
“I soldi si trovano” affermò sicuro, inghiottendo a forza il terzo pezzettino di polenta, mentre con la mano sinistra abbracciava l’ennesimo militante sorridente spacca-maroni in nostalgica camicia verde che arrivava a chiedergli un selfie.
Anticipò così una sorta di password che oggi ha imparato a usare in decine di frangenti.
Quando, però, giunse l’opportunità di diventare il nuovo leader della destra unita (la Meloni non sembrava ancora essere quella giusta) Salvini, lo ricordiamo, rinnegò platealmente la vecchia vocazione alla difesa (letto bene: difesa) del Nord e, magicamente, con essa tutte quelle cose che le andavano naturalmente appresso: il Bepi era una di queste, piacesse la cosa a quest’ultimo o meno.
Non solo sparirono quelle 4 feste della Lega che ogni tanto ci chiamavano a suonare (tra le tante ricordo quella grossa di Treviglio, ma anche quella sezionale di Pontida), ma sparirono pure certe iniziative di Radio Padania Libera, tanto per fare un esempio…
S’pöl fa a meno de töt neh, sia chiaro, ma notare lo noti, ecco!
A sinistra, invece, dove già al tempo si amava fregiarsi del titolo assolutamente folle di “democratici” (mai aggettivo fu usato più a sproposito), il ricordo del Bepi alle feste dei “Cattivi” non l’hanno mai rimosso e, “se è andato da loro, da noi non dovrà venire mai più!”
Pòta, pace: vedi quattro righe sopra.
Una domanda però mi tormenta riguardo alla visione della musica e dell’arte in generale da parte della destra: al di fuori di certe nicchie che di solito si interessano giusto di classica o di jazz, davvero a destra non si capisce il valore e il potenziale di tutto ciò che accompagna il nostro mangiare, bere, dormire, scaricarsi, riprodursi e fare soldi oppure, semplicemente, ci sono cose che contano di più?
Avete capito bene la mia domanda?
Opzione 1: ho come l’impressione che non solo non si colga l’importanza della musica come scelta di mercato, ma nemmeno la natura, l’anima, il bisogno che porta un artista a creare, a indagare il suo profondo e quest’ipotesi, onestamente, sarebbe la più grave.
A quel punto, infatti, c’è poco da fare: c’è proprio un’incapacità congenita di capire e ti devi arrendere. Non è nemmeno questione di “cambiare mentalità”.
Opzione 2: “Amici artisti…è inutile che la meniate: abbiamo cose più importanti a cui dedicarci, più remunerative e con molti meno effetti collaterali (tipo ü ròs de drogàcc e zét coi tatuaggi e i anèi ‘n dol nas de tignì a bada).”
Non si esclude entri in ballo ancora l’opzione 1: “Ol sunì l’ ma bisògna per fam balà la Macarena al matrimòne dela mé s-cèta.” Fine della sua utilità.
Quindi: “W la musica, ma il range va da ‘Le mondine’ a ‘Sarà perché ti amo’.”
Va beh, se Malanchini verrà a trovarci in camerino comunque lo vedrò volentieri…ol mé coscrét!









