Só mia dré a sbarelà, tranquilli!
Il titolo dell’articolo altro non è che il ritornello di “Sich balìne”, brano che ho scritto qualche anno fa affinché venisse destinato al bootleg di Melo & The Poms “Live@Bergamo Postcard 15/08” (è la seconda parte del medley che trovate a questo link).
Io davvero ogni tanto mi meraviglio di come certe persone abbiano la forza, la voglia e il tempo per andare così in profondità su certi argomenti!
Vi assicuro di possedere libri sul territorio che censiscono nel dettaglio più minuzioso cose delle quali il 99% di noi conosce a malapena l’esistenza.
Sono fenomeni curiosi da un punto di vista culturale, sociologico, ma anche antropologico (“Ma perché?” uno si domanda “A che pro?“)
È il caso di Luca Fiocchi e del sito del Campanari Bergamaschi: un mondo, quello della campane, che ha radici profondissime e che ben pochi di noi possono dire di conoscere, testimonianza non solo di un passato che prova con tutte le sue forze a non farsi cancellare dal tempo, ma anche di una serie di “riti” collettivi scanditi da precisissime e affascinanti regole, spesso mutanti di paese in paese.
Tempo fa Luca mi ha chiesto una piccola testimonianza della mia remota (e assai limitata) esperienza di campanaro rovettese (coi córde, ala ègia) e io, trattando simpaticamente l’argomento anche nel monologo “E io cosa c’entro?“, ho accettato di buon grado.
Trovate il mio breve video (3 menücc) in fondo a questo incredibile link nel quale si sviscerano (in senso letterale e non) il campanile di Rovetta e le campane che su di esso ancor oggi fanno sentire il loro “don di don di don di don don din don”.









